Cosa ci raccontano i capi, i cataloghi e i documenti conservati nei musei
Alcune parti della storia di un’azienda resistono al tempo meglio di altre. Nel caso di Rogers Peet, sopravvivono attraverso capi, cataloghi, etichette e collezioni museali.
Fondata a New York nel 1874, Rogers Peet è oggi presente negli archivi di istituzioni come The Metropolitan Museum of Art, Historic New England e il Kyoto Costume Institute. Nel loro insieme, queste testimonianze offrono qualcosa di più utile di un semplice aneddoto: una traccia concreta di ciò che Rogers Peet produceva, vendeva e riteneva degno di essere raccontato sulla carta.
E permettono di leggere la storia dell’azienda attraverso gli oggetti stessi.
Al Metropolitan Museum of Art
The Metropolitan Museum of Art conserva diversi oggetti legati a Rogers Peet Company, ciascuno rappresentativo di una parte diversa del guardaroba maschile.
Tra questi troviamo un cappello a cilindro da sera risalente circa al 1900, per il quale Rogers Peet Company è indicata come produttore. Il museo conserva anche una cravatta in seta dei primi del Novecento associata all’azienda nel ruolo di rivenditore.
Nella collezione figurano inoltre un costume da bagno in lana datato tra il 1920 e il 1929 e un paio di pantaloni knickerbocker in lana risalenti circa al 1930. Nei registri del museo, Rogers Peet è associata al primo come rivenditore ed è indicata come designer dei secondi.
La presenza di un cilindro, una cravatta, un costume da bagno e un paio di knickerbocker offre un quadro piuttosto chiaro dell’ampiezza della proposta Rogers Peet. L’azienda non si occupava soltanto di abiti formali: il suo guardaroba spaziava dall’abbigliamento elegante allo sport e al tempo libero, seguendo i diversi modi in cui gli uomini si vestivano realmente.
Ciò che è arrivato fino a noi è molto vario. Ed è forse proprio questo il punto.
Rogers Peet e Dobbs
Un altro oggetto ci porta nella collezione di Historic New England.
L’istituzione conserva una bombetta in feltro nero datata tra il 1930 e il 1940. Dobbs, storico produttore di cappelli newyorkese, è indicato come fabbricante, mentre Rogers Peet & Co. compare come rivenditore. I nomi di entrambe le aziende sono ancora visibili all’interno del cappello.
È un piccolo dettaglio, ma significativo. Le testimonianze disponibili dimostrano che Rogers Peet vendeva cappelli prodotti da Dobbs, ma non permettono di affermare che le due aziende avessero progettato insieme il modello.
Per questo è più corretto descrivere il loro rapporto come quello tra produttore e rivenditore, evitando di ricorrere al termine moderno di “collaborazione”.
L’oggetto, del resto, ci racconta già abbastanza.
L’abbigliamento sulla carta
Rogers Peet non ha lasciato dietro di sé soltanto capi. The Metropolitan Museum of Art conserva anche diverse pubblicazioni realizzate dall’azienda.
Tra queste figura Personal: Being a Brief Treatise on What to Wear, What Not to Wear and How to Do It, pubblicato nel 1898. Già il titolo offre uno spaccato interessante del modo in cui Rogers Peet considerava l’abbigliamento: non semplicemente come merce da vendere, ma come qualcosa da spiegare, comprendere e indossare con una certa consapevolezza.
Un’altra pubblicazione, The Works of Rogers, Peet & Co., Outfitters, risale circa al 1900. Il museo conserva inoltre un catalogo Rogers Peet dedicato alle livree del 1904 e un relativo listino prezzi databile intorno al 1905.
Nel loro insieme, queste pubblicazioni mostrano un’azienda interessata non soltanto a ciò che gli uomini indossavano, ma anche al modo in cui l’abbigliamento veniva presentato e compreso. Offrivano ai clienti informazioni sul vestire, sulle convenzioni e sull’uso dei diversi capi in un’epoca in cui questo tipo di comunicazione editoriale era molto meno comune di oggi.
Molto prima che il concetto di brand journal avesse un nome, Rogers Peet ne pubblicava già una propria versione.
Un abito americano
Al Kyoto Costume Institute, un’altra parte della storia è conservata sotto forma di un abito tre pezzi Rogers Peet Company dei primi del Novecento.
Il museo lo mette a confronto con un esempio britannico, evidenziandone le differenze nella silhouette. L’abito Rogers Peet presenta una linea più dritta e meno sagomata in vita, offrendo un interessante confronto tra l’approccio americano e quello britannico alla sartoria dell’epoca.
Meno struttura e un po’ più di agio sarebbero poi diventati tratti familiari dell’abbigliamento maschile americano.
Il Kyoto Costume Institute documenta anche un particolare molto diverso: il nome Rogers Peet compare nel musical di Broadway Guys and Dolls. Nella canzone “Marry the Man Today”, l’azienda viene citata come riferimento a un modo di vestire rispettabile, sobrio e ben curato.
A quel punto Rogers Peet era abbastanza conosciuta perché il pubblico di Broadway comprendesse il riferimento senza bisogno di ulteriori spiegazioni. Una scorciatoia culturale che dice molto sul posto occupato dall’azienda nella New York dell’epoca.
Ciò che rimane
Le collezioni museali raramente conservano una storia completa. Più spesso ne custodiscono frammenti: un cappello, un catalogo, un’etichetta, un abito.
Considerati nel loro insieme, però, questi frammenti mostrano un’azienda coinvolta per decenni nella produzione, nella progettazione, nella vendita e nel racconto dell’abbigliamento maschile. Rivelano inoltre un guardaroba che spaziava dall’abito formale al tempo libero, fino a forme di sartoria distintamente americane.
Per Rogers Peet, il valore dell’archivio sta proprio qui. Non servono affermazioni esagerate, perché le prove esistono già negli oggetti, nelle pubblicazioni e nei documenti che sono arrivati fino a noi.
C’è ancora molto da osservare.
E, cosa altrettanto importante, molto ancora da scoprire.
